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martedì 29 dicembre 2009

Nuova ed interessante applicazione su apple store

Voyager XDrive

VOYAGER: X-DRIVE offre al fruitore del prodotto la spettacolare possibilità di visualizzare in tempo reale in 3D sullo schermo del proprio telefono o altro “device”, contenuti 3D in Realtà Virtuale (“Realtime 3D VR Contents”), con qualità foto realistica, vivendo un’esperienza reale in una differente epoca storica.

Un turista giunge a Roma presso i Fori Imperiali, attiva l’applicazione sul suo telefono ed inizia la sua esperienza virtuale.
Dopo pochi secondi il GPS riceve il segnale della sua posizione e offre la possibilità al turista di camminare fra i monumenti potendo vedere sul proprio schermo in tempo reale come fossero 2000 anni fa (o a differenti età storiche), solamente posizionando il suo “device”, come se fosse un mirino, proprio di fronte al monumento.

Questa tecnica offre all’utilizzatore, mentre si trova di fronte o vicino ad uno specifico monumento, di attivare o no l’opzione di audio guida, che renderà ancora più unica l’esperienza di viaggio dentro Voyager X-Drive, offrendo maggiori informazioni storiche su ciò che sta osservando.
Le audioguide ora sono disponibili in italiano ed in inglese

domenica 27 dicembre 2009

Il Senato taglia i privilegi gli ex si ribellano

di CARMELO LOPAPA www.repubblica.it

ROMA - Quattro giorni ancora e 768 ex senatori resteranno a piedi. Addio viaggi gratis a spese del Parlamento. Niente più carnet di voli e biglietti ferroviari, ritirata la tessera del Telepass autostradale. Una stretta improvvisa, che i parlamentari di un tempo hanno sperato di evitare fino all'ultimo, ma che il presidente Renato Schifani ha reso operativa nella riunione del Consiglio di presidenza di Palazzo Madama giusto nella settimana di Natale.

Dal primo gennaio resteranno beneficiari di un budget, pur consistente da 2.200 euro, solo in 290, rispetto ai 1.058 ex attualmente a carico del Senato. Ovvero, solo coloro che senatori lo sono stati negli ultimi dieci anni. Per tutti gli altri scende il sipario sul benefit vita natural durante. Non così alla Camera, dove pure un giro di vite è stato adottato anche lì dieci giorni fa, con l'approvazione del bilancio 2010 da parte della presidenza Fini (400 mila euro in meno per rimborsi viaggi aerei e ferroviari e 750 mila euro in meno per pedaggi autostradali). A Montecitorio però il budget a disposizione di ognuno dei circa 1.600 "ex" viene tagliato del 40 per cento, passando da 1.600 euro a 960 euro l'anno, ma resta a disposizione di tutti gli ex senza limiti di tempo. Al Senato invece è stata ridotta a un terzo la platea dei beneficiari, che dovranno anche anticipare le spese. Colpo di spugna su tutte le tessere Telepass di ex senatori e deputati invece, con un risparmio secco di 400 mila euro a Palazzo Madama e 750 mila euro l'anno a Montecitorio.

Facile immaginare come l'abbia presa il partito trasversale degli ex. "Il provvedimento è ormai adottato, ma non possiamo non costatare quanto sia grave la disparità di trattamento tra senatori e deputati - spiega Franco Coccia, presidente dell'Associazione ex parlamentari - Quanto riteniamo ingiusta la manovra ai nostri danni lo abbiamo detto più volte. La partenza senza preavviso è stata l'ultima chicca". Ma in questi tempi di crisi, la Camera non è da meno e avvia una maxi operazione sul personale. Che qualcuno ha già battezzato la "brunettizzazione" di Montecitorio. Valutazione dell'efficienza, visite fiscali anche per i commessi che ne erano esenti, riduzione del loro contingente, stop alle cure termali in congedo, taglio delle 32 segreterie e delle decine di ingressi. Sono solo alcune delle novità contenute nel dossier da oltre cento pagine predisposto dalla Segreteria generale della Camera guidata da Ugo Zampetti e che ridisegna la mappa dell'organizzazione interna di Montecitorio. Con nuove funzioni e nuove regole. Il tutto, per garantire efficienza e soprattutto costi più contenuti per una categoria, quella dei 1.400 dipendenti, che vengono ora resi un po' più simili agli altri pubblici impiegati. Il documento, approvato all'unanimità assieme al bilancio 2010 nell'ultimo Ufficio di Presidenza dell'anno guidato da Fini, offre uno spaccato di questa categoria di dipendenti pubblici ritenuti "privilegiati". I cosiddetti commessi sono 481, ma entro fine 2010 dovrebbero ridursi a 400 grazie al blocco del turnover. Nei piani, c'è una riduzione degli ingressi degli edifici della Camera che oggi sono 32 e occupano 121 commessi (le anticamere sono ben 67).

I vertici della burocrazia ammettono che va incrementata l'efficienza. "I dati statistici sulla presenza in servizio del personale - si legge nel dossier - non appaiono sempre in linea con le caratteristiche di eccellenza che l'amministrazione della Camera deve invece preservare". Dunque, parte la stretta sui certificati medici in caso di malattia, sulle visite fiscali, per non dire dello stop a congedi straordinari per cure termali e alla soppressione dei permessi senza compensazione. Si scopre anche che i centralinisti sono 52, i barbieri 8, gli addetti a "Radio aula" (per la diffusione delle sedute, tv e sito) sono 28 e quelli al guardaroba 6. Uniche categorie, queste, che oggi non percepiscono una "indennità di rischio" che invece hanno le altre, a cominciare dai commessi (soprattutto per via delle risse in aula). Ebbene, anche centralinisti, barbieri e guardarobisti hanno chiesto ora quell'indennità. Per il resto, tagli e accorpamenti in vista. Le segreterie che sono 32 e occupano 120 dipendenti, per esempio, dovrebbero essere ridotte a cinque "pool" con meno personale. "Lavoravamo su questo progetto da due anni, Brunetta non c'entra nulla - spiega Renzo Lusetti, deputato segretario del Pd - Puntiamo solo a razionalizzare e ad estendere le regole del pubblico impiego anche ai nostri dipendenti. Nessun intento punitivo".

giovedì 24 dicembre 2009

Buona vigilia a tutti

Il lato oscuro della rete

di Gian antonio stella


IL WEB INVASO DA MINACCE E INSULTI

Il lato oscuro della rete

Ma davvero «in democrazia un cittadino deve avere il diritto di dire le sciocchez ze più grandi che crede», come teorizzò nel 2003 l’al lora ministro della Giusti zia Roberto Castelli metten dosi di traverso alla legge europea che voleva ridefini re i reati di razzismo e xe nofobia? Roberto Maroni, vista l’immondizia che tra bocca online a sostegno dell’uomo che ha scaraven tato una statuetta in faccia a Silvio Berlusconi (c’è chi si è spinto a scrivere: «Gli doveva rompere il cranio a quel testa d’asfalto!») pen sa di no. E ha ragione. Se è vero che la nostra libertà fi nisce là dove inizia la liber tà degli altri, anche la liber tà di parola, cioè il bene più prezioso dell’oro in una democrazia, ha un li­mite. Che non è solo il buon senso: è il codice pe nale.

Ci sono delle leggi: l’ist i gazione a delinquere e l’apologia di reato vanno puniti. Uno Stato serio non può tollerare che esista una zona franca dove di vampa una guerra che quo tidianamente si fa più aspra, volgare, violenta. Co me ha spiegato Antonio Ro versi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da indivi dui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idio mi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma im portante eccezione, il lin guaggio della violenza, del la sopraffazione, dell’an nientamento ». Tomas Mal donado l’aveva già intuito anni fa: «In queste comuni tà elettroniche cessa il con fronto, il dialogo, il dissen so e cresce il rischio del fa natismo. Web significa Re te ma anche ragnatela. Una ragnatela apparentemente senza ragno, dove la comu­nicazione, a differenza del la tivù, sembra potersi eser citare senza controllo». Ma più libertà di odio è più de mocrazia? È una tesi dura da sostenere. E pericolosa. Perché, diceva Fulvio To mizza, che aveva visto il suo piccolo paradiso istria no disintegrarsi in una fai da etnica un tempo inim­maginabile, «devono anco ra inventarlo un lievito che si gonfi come si gonfia l’odio».

Colpire Internet, dicono gli avvocati di Google de nunciata per certi video in fami su YouTube ( esem pio: un disabile pestato e ir riso dai compagni) «è co me processare i postini per il contenuto delle lettere che portano». E lo stesso ministro degli Interni non si è nascosto la difficoltà di avventurarsi in battaglie in ternazionali contro un gi gante immenso e impalpa bile. Peggio, c’è il rischio di far la fine dello scoiattoli no dell’«Era glaciale»: a ogni forellino che tappa, l’acqua irrompe da un’altra parte. Ancora più rischio so, però, sarebbe avviare una (giusta) campagna con tro solo una parte dell’odio online. Trascurando tutti gli altri siti che tracimano di fiele come quelli che im­punemente scrivono d’un «olocausto comunista per petrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei», di «fottuti schi fosi puzzoni stramaledetti sporchi negri mangiabana na », di «maledetti zingari immigrati razza inutile sporca da torturare», di re spingimenti da abolire per ché «la soluzione a questi problemi è il napalm, altro che rimpatri». Non puoi combattere l’odio se non lo combatti tutto. Andan do a colpire sia i teppisti razzisti che sputano online su Umberto Bossi chiaman dolo «paralitico di m.» sia quanti aprono gruppi di Fa cebook intitolati «Io odio Di Pietro» o «Uccidiamo Bassolino». Mai come sta volta, però, il buon esem pio deve venire dall’alto. Occorre abbassare i toni. Tutti.

15 dicembre 2009

mercoledì 23 dicembre 2009

La Costituzione italiana ed il Web

Di marco orofino


La Costituzione e le regole del Web 2.0

La Carta offre già tutte le risposte. Occorre seguire la strada del dialogo con i fornitori di servizi e con gli utenti


Libertà di comunicazione e Costituzione - La “libertà di comunicazione” è disciplinata nella nostra Costituzione in due norme: l’art. 15 e l’art. 21.

La prima norma costituzionale – l’art. 15 – riconosce e garantisce a tutti gli individui il diritto di corrispondere liberamente e segretamente, con qualsiasi mezzo disponibile e tecnicamente idoneo a garantire la segretezza della corrispondenza. La seconda norma costituzionale – l’art. 21 – riconosce a “tutti” il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo. Nonostante a prima vista possa sembrare che le due norme abbiano il medesimo oggetto in realtà ciò non è vero. Le due norme hanno, infatti, un ambito di applicazione diverso e, soprattutto, un diverso sistema di limiti.

Per quanto riguarda l’ambito di applicazione, l’art. 15 tutela la liberta e la segretezza delle comunicazioni interpersonali, solo cioè di quelle comunicazioni che avvengono tra un numero di destinatari determinato e attraverso un mezzo tecnico idoneo a garantire la segretezza della comunicazione. L’art. 21 ha, invece, come oggetto le cosiddette comunicazioni al pubblico, vale a dire le manifestazioni del pensiero rivolte ad un numero indeterminato di soggetti. La distinzione tra i due ambiti di applicazione dipende, dunque, sia dalla volontà soggettiva di chi comunica sia dal mezzo tecnico utilizzato, nel senso che se lo strumento tecnico non è idoneo a garantire la segretezza, la comunicazione rientra sempre nel paradigma dell’art. 21 ed è considerata comunicazione al pubblico.

I limiti alla censura - Per quanto riguarda il sistema di limiti, nell’art. 15, il Costituente ha previsto che la libertà e la segretezza delle comunicazioni interpersonali possa essere limitata solo dall’autorità giudiziaria con atto motivato e sulla base di una legge dello Stato. Ha cioè previsto, in ossequio al principio liberale di garanzia dei diritti, che la limitazione possa essere esclusivamente disposta dal Giudice “con le garanzie previste dalla Legge”

Per riprendere la definizione di Marco Gambaro, la Costituzione prevede, quindi, che per le comunicazioni interpersonali siano possibili solo limitazioni ex post, nel senso di successive all’autorizzazione del giudice. Nell’art. 21 il Costituente ha dettato una disciplina più complessa. Il primo e l’ultimo comma (il sesto) della norma sono dedicati in generale alle comunicazioni al pubblico, indipendentemente dal mezzo utilizzato, mentre gli altri commi riguardano specificamente la libertà di stampa. I limiti comuni sono quello esplicito del buon costume (da intendersi però come limitato alla sfera del pudore sessuale) e quelli impliciti ricavabili da altre norme costituzionali. Tra i limiti impliciti occorre ricordare i limiti personali cioè quelli derivanti dalla protezione dell’individuo che la Costituzione garantisce in altre norme (il limite dell’onore, della reputazione, della riservatezza, dell’identità personale) ed i limiti “pubblicistici” cioè derivanti dalla protezione costituzionale di finalità ed interessi collettivi (il limite dell’ordine pubblico, dell’esigenze di giustizia, della salvaguardia delle istituzioni e dei segreti).

Per limitare le manifestazioni contrarie al buon costume (e per analogia quelle che oltrepassano i cd. limiti impliciti) la norma costituzionale prevede che la legge possa stabilire “provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere”. In questi casi, dunque, il Legislatore può prevedere anche meccanismi di controllo amministrativo ex ante. Fermo restando, però, che quando la libertà di manifestazione del pensiero diventa libertà di cronaca, essa gode di uno spazio di libertà maggiore come riconosciuto da costante giurisprudenza.

Per quanto riguarda, invece, specificamente l’attività di stampa (da intendersi pacificamente sia in forma tradizionale sia in forma on line) l’art. 21 Cost. ha espressamente vietato qualsiasi tipo di autorizzazione e censura. Così facendo ha quindi vietato qualsiasi atto limitativo preventivo o “ex ante”. In più, la Costituzione ha disciplinato dettagliatamente anche i provvedimenti ex post – e precisamente il sequestro degli stampati nel caso di delitti – ricorrendo anche in questo caso al doppio meccanismo della riserva di legge e della riserva di giurisdizione, vale a dire subordinando – come per l’art. 15 – la limitazione ex post della libertà all’atto motivato del giudice sulla base di una legge. Solo, in via assolutamente eccezionale, la Costituzione consente, infine, il sequestro da parte di ufficiali di polizia giudiziaria, anche senza la previa autorizzazione del giudice, ma prevedendo che il provvedimento di sequestro sia portato dinnanzi al giudice entro ventiquattro ore e confermato nelle successive ventiquattro ore.

Comunicazione "chiusa" e "aperta" - Sulla base di quanto argomentato partendo dalle norme costituzionali si possono trarre due conclusioni. La prima conclusione è l’assoluta necessità di distinguere per ogni tipo di comunicazione il paradigma costituzionale di riferimento. Questa distinzione abbastanza semplice con riferimento ai tradizionali mezzi di comunicazione diviene, come avverte anche Marco Pratellesi, estremamente difficoltosa al tempo del web 2.0, dei social network, delle chat e dei social group. Per cui può facilmente accadere che l’utente non sappia (ed in taluni casi non possa conoscere) se la conversazione alla quale partecipa è una comunicazione chiusa oppure una comunicazione al pubblico.

Se ad esempio si chiede l’iscrizione ad un forum chiuso, ma l’autorizzazione è automatica si può ancora ritenere di star conversando tra un numero determinato di soggetti? Oppure se ci si iscrive ad un social group del quale si conoscono i partecipanti solo attraverso il loro nickname si dovrà considerare le proprie comunicazioni come rivolte al pubblico ? Ancora cosa accade se si partecipa ad una conversazione tra amici e poi l’amministratore del gruppo apre la conversazione a tutti ?

Questa difficoltà sul lato utente si amplia se ci si mette dalla parte del legislatore. Qualora il Legislatore decidesse, infatti, di intervenire dovrebbe adottare necessariamente una disciplina estremamente tecnica e minuziosa. Inoltre, dovrebbe – e questo appare difficilmente realizzabile – aggiornarla continuamente in una corsa (persa in partenza) contro il cambiamento tecnologico. Se anche si provasse questa strada, il risultato potrebbe essere una iper-normazione dei servizi del web 2.0, che presumibilmente non ne scoraggerebbe l’utilizzo, ma condurrebbe inevitabilmente all’elaborazione di condizioni di utilizzo complicate. Insomma l’iper-normazione si scaricherebbe sugli utenti che dovrebbero sottoscrivere ed approvare lunghe condizioni di utilizzo senza comprenderne appieno il significato, sempre che effettivamente decidano di leggerle.

La seconda conclusione è che la nostra Costituzione esprime un deciso favor (che per la verità è quasi sempre un obbligo) per interventi ex post di limitazione delle comunicazioni sia che si tratti di comunicazioni interpersonali sia che si tratti di comunicazioni al pubblico. Il che significa che il Legislatore qualora decidesse di intervenire dovrebbe sempre valutare con estrema attenzione quando è possibile prevedere un controllo ed una limitazione ex ante delle comunicazioni sul web e come è possibile articolare l’intervento ed il controllo nel rispetto dei diritti costituzionali degli utenti (ivi compresa la loro privacy).

Cosa si può fare, dunque, per arginare il fenomeno di deresponsabilizzazione che sembra emergere dall’utilizzo dei social forum e, più in generale, del web 2.0? Come è già stato detto occorre seguire la strada, anche indicata dal Ministro Maroni e, peraltro in parte già intrapresa, del dialogo con i fornitori dei servizi. In questo senso, occorre prendere coscienza del fatto che sarebbero necessarie scelte a livello globale, ma che mancando una efficace governance internazionale del settore, non vi è che la strada di lavorare alla definizione di policies di utilizzo dei servizi concordate con i fornitori dei servizi stessi. Occorre, quindi, una continua concertazione tra le autorità nazionali (comunitarie ed internazionali, se possibile) ed i più importanti social networks, i motori di ricerca e più in generale i fornitori dei servizi che caratterizzano il web 2.0. Inoltre, non si può certamente abdicare all’idea che sia possibile sensibilizzare gli utenti sull’utilizzo dei più moderni sistemi di comunicazione.

Questa strada ha, peraltro, già dato ottimi frutti in materia di privacy. Le raccomandazioni, i decaloghi e le guide rilasciate dall’Autorità per la protezione dati personali italiana e dal network dei garanti europei hanno già contribuito ad un utilizzo più consapevole del mezzo. Se si guarda proprio a Facebook, ci si può facilmente rendere conto di come, rispetto alle origini, il social network consenta oggi agli utenti di alzare ed abbassare discrezionalmente i propri livelli di privacy e di come gli stessi utenti abbiano approfittato di queste nuove opzioni permettendo – ormai nella maggior parte dei casi – solo ai propri amici di vedere il proprio profilo, il proprio status, i propri commenti e le proprie foto. Questo è conseguenza sia dell’accresciuta consapevolezza degli utenti sia dell’attività di sensibilizzazione svolta dall’Autorità di protezione dati ad ogni livello.

La medesima strada può essere seguita – con la partecipazione di tutte le istituzioni, pubbliche e private, e naturalmente degli stakeholders e degli utenti – anche per sensibilizzare i cittadini sul problema dell’impatto che i commenti lasciati in rete possono avere. Solo a questo punto sarà possibile spiegare loro in maniera convincente, che Internet non è sinonimo di impunità e che un reato rimane tale sia se commesso tradizionalmente sia se commesso sulla rete.

Marco Orofino è docente di "Informazione e Costituzione" alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano


lunedì 21 dicembre 2009

Twitter sotto attacco

Da Repubblica.it


CYBERTERRORISMO

Gruppo di hacker iraniani
pirata il sito di Twitter

Per circa un'ora il dominio del social network è stato dirottato su una pagina con scritte in arabo: "Gli Usa non controllano la rete. E' Teheran a farlo con il suo potere"


ROMA - Un gruppo iraniano, l'Iranian Cyber Army, ha piratato il sito di Twitter. Le notizie relative all'operazione non sono ancora complete, visto che Twitter sta ancora indagando. Secondo le prime informazioni, sembra che l'attacco sia stato eseguito modificando i nomi di dominio (dns) di twitter.com, in modo che la homepage venisse rediretta su una pagina in cui compariva il logo del gruppo di hackers e una bandiera verde con scritte in arabo. L'attacco, avvenuto verso le 22:00 in California (le 6 del mattino in Italia), è rimasto visibile per circa un'ora. Poi la situazione è tornata alla normalità, e il sito di microblogging ha ricominciato a funzionare.

Ecco la scritta messa in rete dai pirati, con tanto di indirizzo e-mail: "Questo sito è stato piratato dall'Iranian Cyber Army. Gli Stati Uniti credono di controllare e gestire internet con il loro accesso, ma sbagliano. Siamo noi a controllare e gestire la rete con il nostro potere, quindi non provate a provocare il popolo iraniano. Ora quale Paese è nella lista dell'embargo? L'Iran? Gli Usa?". Poi uno "smile" e altre due parole: "Take care", saluti. In aggiunta, alcune frasi in persiano inneggianti la Guida Suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, e minacce al movimento riformista dell'Onda Verde.

Secondo quanto si apprende, il gruppo che ha rivendicato l'attacco cibernetico non è stato immediatamente riconosciuto dagli inquirenti. L'azione potrebbe essere intesa come una rappresaglia nei confonti del governo degli Stati Uniti, che durante le
proteste per le elezioni iraniane era intervenuto affinché Twitter rimanesse uno strumento a disposizione dei manifestanti di Teheran. In particolare, nei giorni più caldi della protesta, l'amministrazione Obama aveva chiesto ai gestori del social network di rimandare un'operazione di manutenzione che avrebbe portato alla disattivazione momentanea del sito.

Per il social network californiano si è trattato di una grave falla nel sistema di sicurezza: un aspetto che i gestori del sito dovranno chiarire ai loro utenti. Per ora, la compagnia si è limitata a commentare l'accaduto con un post: "I dns di Twitter sono stati momentaneamente compromessi, ma ora sono stati ripristinati. Stiamo cercando di comprendere la causa dell'accaduto. Vi aggiorneremo presto con ulteriori informazioni". Twitter, uno dei social network più diffusi e ambiziosi del mondo, è già stato protagonista di altri attacchie rallentamenti in passato.

sabato 12 dicembre 2009

Consapevoli del regresso

Al via il tanto atteso vertice di Copenaghen, punto cardine delle molteplici aspettative ecologiche di fine anno. Cosa aspettarsi? Poco o niente.

Personalmente, la principale causa di scetticismo va ricercata nella profonda mancanza di logica alla base di tutti i discorsi sull’ambiente. Cerco subito di spiegarmi per non essere frainteso.

Oggi si parla sempre più spesso di Green Economy. Nella Green Economy, come in tutta le moderne forme di economia e di interazione sociale, svolge un ruolo di primaria importanza la tecnologia e la conoscenza scientifica. Questo è un principio tanto banale quanto importante nell’evoluzione del sapere umano, non soltanto in termini economici, ma soprattutto in termini sociali.

Lo sviluppo scientifico e tecnologico ha portato, specialmente nell’ultimo secolo, ad una straordinaria consapevolezza di quelli che sono i limiti e le potenzialità della nostra specie e del nostro pianeta. Mi sento di affermare che, lo maturazione di diritti civili e sociali , per quanto radicati ed antichi, è stato, in qualche modo, leggittimato da un forte incremento della conoscenza globale scientifica. Innovazione scientifica e sviluppo tecnologico sono sinonimi di forte cambiamento; questo è vero nel campo medico, fisico, chimico, scientifico in generale, come nel campo sociale. Le relazioni tra uomo, scienza e società si basano su un rapporto paritario, a volte simbiotico, dove la riduzione della dannosità è vista come un obiettivo fondamentale e comune a tutto il mondo della ricerca.

Banale affermare che questo discorso non vale per l’economia: il “ semplice” mercato più volte ha dimostrato di essere uno strumento fallimentare da questo punto di vista. Non a caso l’intervento regolatorio in molti casi é necessario e di vitale importanza. Il rapporto paritario e simbiotico di cui sopra, quando si parla di economia, non ha senso.

Il benessere sociale e collettivo non è qualcosa che interessa il mondo dell’economia (ed anche questa è un’altra cosa ovvia e scontata). La riduzione della dannosità non “lega” bene con il principio di produttività e profitto, almeno fin quando i mondi economici e sociali rimangono separati; non a caso, paesi economicamente avanzati, solo quando spostano la loro attenzione su tematiche sociali cominciano a considerare anche aspetti che riguardano i danni e non solo i benefici dell’agire umano.

L’avanzamento economico di uno stato non può essere l’unico elemento che autorizza o no determinati comportamenti (concetto tanto caro a Cina e India, che cercano così in tutti i modi di legittimare le loro politiche industriali). Dimentichiamo un elemento importantissimo: quello che prima abbiamo chiamato sviluppo tecnologico e scientifico. Mi spiego: se andiamo a ritroso nel tempo, siamo consapevoli di alcune tappe fondamentali che nel corso della storia hanno cambiato l’assetto economico e sociale del mondo. A partire dalle varie età del brono e del ferro, passando per lo sviluppo del’agricoltura, piuttosto che la rivoluzione industriale, fino alle moderne forme di rivoluzioni tecnico scientifiche, il passaggio da un modello all’altro è sempre stato, per quanto difficile e socialmente devastante, accettato in nome di un progresso cognitivo. Con questo non voglio dire che nel passato, come nel presente non ci siano state forme di resistenza al cambiamento, anzi, i disordini sociali sono sempre più forti e difficili.

Quello che però mi sento di criticare è l’atteggiamento con cui parliamo e non discutiamo delle giustificazioni che oggi alcuni paesi danno al loro modo di comportarsi. Ovvio che ognuno guarda ai suoi interessi e, come si dice, cerca di portare acqua al suo mulino. Però almeno da parte di chi come me è “fuori da giochi” e si interessa a questi argomenti come semplice soggetto esterno, mi aspetterei un contributo un po’ più critico.

La pretesa della Cina si basa sul reclamare un diritto all’inquinamento in nome di una tardivo sviluppo industriale rispetto agli altri stati. Siccome nel passato l’occidente è cresciuto grazie al massiccio utilizzo di un determinato modello industriale, oggi i paesi c.d. in via di sviluppo hanno diritto a comportarsi come i loro predecessori. Questo sarebbe vero nel momento in cui il sapere scientifico e tecnologico fosse fermo o si basasse su un percorso ciclico. Siccome il sapere avanza, le tecnologie migliorano e la conoscenza totale aumenta, come possiamo giustificare azioni che sappiamo essere dannose ed evitabili? Perchè siamo contenti quando scopriamo nuove medidice o nuovi trattamenti medici e siamo invece totalmente passibili difronte alla scoperta di un nuovo sistema per migliorare l’efficienza dei pannelli solari? Chi di noi oggi, nel 2009, si farebbe curare, qualora ciò fosse possibile, da un medico del 1700?

Legittimare la Cina oggi e permettergli di non adeguarsi ai moderni sistemi industriali e tecnologici significherebbe legittimare qualsiasi altro stato a “tornare indietro sui suoi passi” e comportarsi come meglio credeva nel passato. Un atteggiamento del genere nega ogi forma di sviluppo cognitivo. Non importa che oggi siamo a conoscenza di cose che fino a ieri ignoravamo, siccome qualcuno prima si è comportato in un certo modo, oggi qualcun’altro si sente leggittimato a fare uguale.

Potremmo quindi riaprire le colonie in Africa dato che molti stati europei traevano grossi benefici dallo sfruttamento delle risorse e degli schiavi provenienti dal paese nero. L’impero romano è stato uno dei più grossi imperi mai esistiti, potremmo benissimo tornare alla distinzione tra patrizi, peblei e schiavi; chi ce lo impedirebbe? Ne trarremmo sicuramente molti benefici. Riapriamo le fabbriche di eternit ed annulliamo tutti i processi in corso dal momento che i bilanci di queste imprese hanno sempre chiuso in attivo!!!

giovedì 10 dicembre 2009

"Statistichiamo" un po' su quello che si cerca su Google

per gli amanti dei numeri:


in Italia invece:


Le parole più cercate in assoluto

  1. facebook
  2. youtube
  3. libero
  4. roma
  5. meteo
  6. giochi
  7. yahoo
  8. netlog
  9. msn
  10. wikipedia

Le leggi più cercate del 2009

  1. legge 104
  2. legge bersani
  3. legge fallimentare
  4. legge 626
  5. legge sulla privacy
  6. legge finanziaria 2009
  7. legge 133/2008
  8. legge 241/90
  9. legge finanziaria 2008
  10. legge brunetta

I film più cercati del 2009

  1. new moon
  2. 2012
  3. twilight
  4. baaria
  5. parnassus
  6. district 9
  7. sette anime
  8. transformers 2
  9. watchmen
  10. amore 14

Le news più popolari del 2009

  1. terremoto abruzzo
  2. sanremo 2009
  3. grande fratello 9
  4. elezioni sardegna 2009
  5. veronica lario
  6. elezioni europee 2009
  7. giuramento obama
  8. x factor 2009
  9. michael jackson
  10. alberto stasi

mercoledì 9 dicembre 2009

Germania, la tassa sul web aiuto all'editoria in difficoltà (Repubblica.it)

Sono profondamente curioso di sapere come interverrà la Comunità Europea. Qaul'è il labile confine tra aiuti di Stato (Casi Fiat o Alitalia degli ultimi anni) e altre forme di agevolazioni o tutele?
Prendo spunto da questo articolo per ricordare che in Italia, quando acquistiamo un cd vergine, paghiamo una tassa alla SIAE per eventuali diritti d'autore di canzoni che forse andremo a masterizzare (in teoria si possono fare parecchie cose con un cd... non solo masterizzare musica).

di ANDREA TARQUINI

BERLINO - Internet, la sua diffusione e l'accesso alla rete anche tramite telefoni cellulari diventano priorità del nuovo governo tedesco. I cristianoconservatori (CduCsu) della cancelliera Angela Merkel e i loro alleati liberali (Fdp) del vicecancelliere e ministro degli Esteri Guido Westerwelle preparano infatti l'introduzione di un canone per l'uso di internet su computer o telefoni cellulari, una quota fissa da pagare come il canone per radio e tv, indipendentemente se in sigolo utente o nucleo familiare disponga o no di un televisore o di una radio. E al tempo stesso il ministero dell'Economia, guidato dal liberale Rainer Bruederle, promette un megapiano di investimenti, diversi miliardi di euro, per portare la Germania al top della banda larga e di internet ad alta velocità. Un piano di questo genere, ha detto Bruederle, potrebbe portare alla creazione di un milione di posti di lavoro in tutta l'Unione europea.

Di un canone per l'uso della rete si parla da qualche tempo in Germania. C'è già da prima delle ultime elezioni un accordo di massima tra editori e potere politico, per difendere e sostenere l'editoria di qualità (media e letteratura), che aveva chiesto aiuto, insidiata dalla diffusione gratuita dei loro contenuti su Google o altri portali o motori. L'idea del canone era nata appunto come una tassa da usare per sostenere l'editoria, e frenare il drenaggio di lettori.

Del canone stanno discutendo i governatori dei sedici Stati (Bundeslaender) della Repubblica federale. La decisione di fondo sembra di fatto presa, si tratta solo di scegliere tra due modelli d'imposizione. Il primo prevede che, in aggiunta alla flat rate su internet o all'abbonamento a una rete cellulare, chi dispone di uno o più computer o telefonini collegabili al web dovrebbe pagare 17,98 euro al mese alla GEZ, l'autorirà centrale cui si versa il canone tv. Il secondo modello propone che una tassa-canone sulla rete sia uguale per tutti, sempre attorno ai 17,98 euro mensili, e il suo pagamento venga richiesto a ogni famiglia, a prescindere da quali tv, radio o computer o cellulari il nucleo familiare possiede o no.

Rispetto al sistema attuale (chi ha una tv o un radio paga già 17,98 euro di canone al mese, chi non le possiede paga comunque un canone ma ridotto, di appena 5,76. Se quindi non hai radio o tv ma li vedi sulla rete, pagherai circa il triplo. E'la prima volta che si prepara nel mondo una legge che (stabilendo un canone) equipara di fatto internet a radio e tv.

Al tempo stesso il governo vuole lanciare grandi investimenti per estendere l'uso della banda larga e di internet superveloce. "Il nostro futuro è nella circolazione veloce dei dati, non nella velocità delle auto che produciamo e vendiamo", ha detto Bruederle. Il terzo punto del piano governativo è istituire entro l'anno prossimo un organismo di coordinamento tra esecutivo e aziende per la lotta ai virus internettiani e alla pirateria online.